di Massimiliano Urso
In questi giorni ho sentito molte persone. Un confronto serrato sulle tematiche inerenti il catalogo della formazione professionale. Le norme esistono e, fortunatamente, devono essere rispettate. Qualsiasi artificio, che si voglia imporre, rischia di rendere vano un percorso serio, innovativo e socialmente utile. Una riflessione, però, è d’obbligo: l’ultima volta che gli enti hanno erogato corsi, riguardavano la terza annualità dell’avviso 20. Miracolosamente sopravvissuto.
Invece sono miseramente deceduti avviso 1, 2, 3 e 8. In due, tre anni è successo di tutto: enti collassati; virtuosi rimasti sul mercato dopo innumerevoli licenziamenti; enti che hanno sperato di diventare tali, ma impossibilitati dall’assenza di attività. L’avviso 20 ha permesso di erogare 2 mln di ore. Il catalogo, prima finestra, permetterà l’erogazione di circa 800 mila. Per la formazione detenuti vi erano 295 corsi. Oggi ce ne saranno quasi 80. Sicuramente l’unico dato in positivo sarà il numero dei ragazzi in formazione; verranno erogati più corsi dal momento che, mediamente, il monte ore è diminuito ( la media delle ore inserite nel repertorio è di 500/600 contro le 900 dell’avviso 20). Fin quando la finalità ultime sono i ragazzi che ben venga.
Il nuovo avviso deve essere imperniato sulla qualità dei percorsi, sull’effettiva ricaduta occupazionale e sulla scelta libera, trasparente e utile del corsista. Il corsista sceglie e l’ente deve essere onerato dall’organizzare il percorso più utile. Un avviso lontano da questo concetto, semplice e diretto, inevitabilmente fa un tuffo nel passato e il passato, nella formazione professionale, nonostante i numeri, è da dimenticare.










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