Antonio Fragapane

La circostanza che la croce di Chiuddìa risalga al primo secolo dell’era cristiana è da associare all’ipotesi che la stessa, verosimilmente, non sia stata realizzata utilizzando legno vecchio di secoli ma, al contrario, appena tagliato o reciso al massimo nei mesi o negli anni immediatamente precedenti, quindi sempre in pieno primo secolo a. C. E tale conclusione – associata agli esiti di un metodo indubbio – la renderebbe unica, in quanto quella di Casteltermini risulterebbe essere la croce paleocristiana più antica che si conosca al mondo, non esistendo infatti reperti di questo tipo aventi un’età più antica provata e certificata.

Ma i misteri legati alla croce di Casteltermini non si esauriscono qui. Infatti, il tronco verticale – all’altezza del chiodo centrale che lo unisce col tronco orizzontale – è segnato da due profondi tagli longitudinali che rendono poco chiare le incisioni ivi presenti, tanto che ad oggi non è stato ancora possibile svelarne con certezza il significato. Vi è infatti una prima scritta, costituita dal celebre I.N.R.I. (ovvero Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, “Gesù Nazareno Re dei Giudei”), e una seconda, così scandita: P.M.H.L.S.D.P.C.N., ovvero, secondo la suggestiva ipotesi formulata da Vincenzo Gaetani nel 1890, Pro Martyribus Huis Loci Saeviente Decii Persecutione Cruce (“ai martiri di questa terra morti in croce durante la persecuzione di Decio”), nulla precisando circa il significato della finale lettera N. A dire del Gaetani sembrerebbe infatti che la croce, già realizzata almeno due secoli prima, possa essere stata usata come strumento di martirio durante la persecuzione contro i cristiani che l’imperatore romano Decio avviò nella metà del III secolo d.C. e che gli stessi cristiani che abitarono le terre dove poi fu fondato il paese di Casteltermini abbiano deciso di seppellirla proprio in quel luogo per tentare di obliare il drammatico periodo di oppressione subita. Secondo un’altra ipotesi molto meno affascinante della prima, invece, tale anagramma andrebbe tradotto con la frase “di sua mano questo legno il sacerdote don Paolino Chiarelli scolpì”, completata dalla scritta IN ANNO DOMINI V ind 1667, ovvero “nell’anno del Signore, quinta indizione, 1667”.

La fama della croce di Casteltermini attirò l’attenzione e stimolò anche la curiosità del famoso antropologo Giuseppe Pitrè, il quale nel 1875 – all’interno dell’opera Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani – scrisse, a proposito del suo leggendario ritrovamento, che scavannu scavannu, truvaru ‘na cruci, ch’ancora esisti nni la chiesa di Santa Cruci, e c’è un scrittu chi nun si pò lejiri da nisciuna pirsuna. E probabile appare anche l’uso che nel corso del XVII secolo, si tramanda, ne fecero i baroni locali: strumento dall’innegabile fascino religioso utilizzato per attrarre nel nascente borgo di Casteltermini il maggior numero di persone, in tal modo acquisendo un crescente potere politico e un più incisivo prestigio sociale all’interno del parlamento siciliano. Ancora oggi la croce di Chiuddìa continua a evocare suggestive leggende e a essere avvolta da quell’affascinante alone di mistero che la nota festa locale del Tataratà – con la sua danza di ringraziamento e di prosperità, tra venerazione e commemorazione – celebra ogni anno.