Antonio Fragapane
Di lui si scrisse che aveva il più grande suono del mondo, che era la più potente nuova influenza nel jazz e che qualsiasi sia il tempo, l’atmosfera, lui dipinge come con un raffinato pennello. E l’autorevole The New York Times si espresse addirittura in tali termini: è il più eccitante musicista jazz. Tony Scott invece amava dire che non suonava il clarinetto come uno strumento ma come parte del suo corpo e del suo spirito e che il jazz è nero e certamente lui nero si sentiva, poiché i siciliani sono degli africani che nuotano meglio.
Fu un uomo autenticamente libero, nel bene e nel male, spesso in duetto con i più grandi di tutti i tempi ma lontano dai luoghi comuni e dagli ingranaggi opprimenti dello star system. Probabilmente si deve alle straordinarie suggestioni sonore che Scott ricreò nel suo album più famoso, Music for Zen Meditation, la prima apparizione delle atmosfere ritmiche che anni dopo caratterizzeranno quello che diventerà il celebre e affascinante fenomeno musicale e filosofico della New Age.
Ma dopo la splendida e ascendente parabola internazionale, la carriera di Scott subì un veloce declino, in parte causato anche dalle polemiche in cui si impantanò e che gli impedirono spesso di dedicarsi a ciò che meglio sapeva fare. L’aspra contesa infatti fu con Harry Belafonte, per il quale Scott diresse l’orchestra che incise la celebre canzone Banana Boat Song, motivo musicale che Belafonte portò al successo internazionale senza mai specificare che l’idea di inserire nella canzone il tipico canto della tradizione giamaicana fu dello stesso Scott. Ma polemiche a parte, il crepuscolo della sua stella artistica fu inesorabile e lo portò negli anni sessanta, malinconicamente sconosciuto, a trasferirsi definitivamente dagli States a Roma, dove morì il 29 marzo del 2007 nell’oblio quasi totale (gli furono dedicate poco più di dieci righe nelle edizioni locali), per poi essere sepolto in una anonima tomba a Salemi.
Con l’intento di recuperarne la memoria, si è interessato alla figura di Tony Scott il regista palermitano Franco Maresco, che ha diretto Io sono Tony Scott. La storia del più grande clarinettista del jazz, un tributo video di oltre due ore dedicato a questo straordinario artista. E per ovviare al colpevole ritardo, tale contributo cinematografico ha costituito anche l’occasione per decidere di erigere – sempre nella stessa cittadina di Salemi – un monumento sepolcrale degno dello spessore e dell’arte di questo figlio della migliore essenza della nostra terra, il cui essere siciliano, secondo Maresco, sta in quelle qualità che vedi negli isolani fuori dall’isola, nella fantasia, nella determinazione, nello spirito competitivo, nella competenza e nella generosità.










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