Pino Sciumè

150 miliardi di euro alle banche. Per ripristinare le pensioni ante Fornero sono necessari 10 miliardi, per salvare l’Eni di Gela, Termini Imerese, Sulcis di Cagliari, Ilva di Taranto, circa 20 miliardi di euro. Per rispettare lo Statuto Siciliano e risolvere i problemi della Sicilia: 5 miliardi di euro.

“Il Re è morto! Evviva il Re!”. Quante volte abbiamo sentito o letto questa espressione. Si racconta che venisse usata in Francia per annunciare la morte del Re e, nello stesso tempo, il suo successore che in pratica continuava a tenere in vita una dinastia monarchica che avrebbe assicurato il governo dello stato fino alla prossima morte del Re.

Altri tempi, dirà qualcuno, eppure ciò che ha provocato la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea per volontà dello stesso popolo britannico, ha dato l’inaspettata occasione, servita su un piatto d’argento, di soprassedere ad una delle regole più ferree, uscita dalla mente sopraffina dei burocrati di Bruxelles.

Stiamo parlando del divieto assoluto, stabilito dall’articolo 32 della Carta europea, di concedere agli Stati membri la possibilità di poter intervenire mediante “aiuti Pubblici” per salvare situazioni economiche e sociali anche a costo di gettare sul lastrico migliaia e migliaia di lavoratori togliendo loro possibilità di continuare a pagare il mutuo, gli studi ai propri figli, una vita normale.

“Il Re è morto…” e basta. Vedi l’Ilva di Taranto, L’Eni di Gela, il Sulcis di Cagliari, la Fiat di Termini Imerese. Scioperi, trattative estenuanti, sindacati inaffidabili, inerti verso il Governo che ripete la solita litania: non possiamo intervenire, l’Europa vieta gli aiuti di Stato. Il Re è morto… arrangiatevi.

Ed ecco che cominciano a scricchiolare le banche, lo scandalo del Montepaschi, delle quattro cordate guidate da Banca Etruria. Il problema diventa serio. Lì dentro la gente ha conservato i propri risparmi, un loro fallimento potrebbe far saltare l’equilibrio sociale. Come vai a spiegare ad un povero risparmiatore che non potrà riavere i suoi pochi soldi quando un manipolo di manager intasca milioni di euro all’anno. Ci sono persino ministri implicati direttamente. Tempo, trovare tempo è la parola d’ordine.

Ma ecco il miracolo. Il 23 giugno scorso con referendum popolare l’Inghilterra decide di abbandonare l’Unione Europea. Un risultato, ora possiamo dirlo, molto atteso dai Governi europei che contano e che a vario titolo speravano di ottenere, a cominciare dall’Italia. Era necessaria una carambola politica di estrema gravità per andare ad applicare quella clausola remota dell’articolo 32, che consente gli aiuti di Stato in casi eccezionali. Il giorno successivo al Brexit le Borse crollano, i titoli bancari sfiorano perdite vicine al 20%. Quale migliore occasione per intervenire sulle banche?

Notizia di Ieri. Gli Stati membri dell’U.E. ottengono dalla Commissione Europea una deroga per aiutare le banche, solo le banche, con garanzie pubbliche, cioè con aiuti di Stato, cioè con i soldi dei cittadini. All’Italia viene concesso un generoso plafond per salvare il sistema bancario: centocinquanta miliardi di euro da spendere all’occorrenza per salvare Banca Etruria e compagne, ma solo (che magnifica condizione!) fino al 31 dicembre. Il Governo è salvo.

Per ripristinare le pensioni ante Fornero sono necessari 10 miliardi che col tempo lo stato si riprenderà. Per salvare l’Eni di Gela, Termini Imerese, Sulcis di Cagliari, Ilva di Taranto, circa 20 miliardi di euro. Per rispettare lo Statuto Siciliano e risolvere i problemi della Sicilia: 5 miliardi di euro.

“L’Inghilterra se n’è andata, lunga vita alla Regina”.