Giuseppe Maurizio Piscopo

Angelo Scandurra è nato ad Aci S. Antonio nel 1948, vive a Valverde (CT).

Promotore del “Gruppo Teatro Nuovo” e direttore della rivista “Il Girasole”, nel 1986 ha fondato “Il Girasole Edizioni” e successivamente la casa editrice “Le Farfalle”.

Operatore culturale ha creato e curato importanti eventi artistici e sociali fra cui, per decenni, l’Estateteatromusica a Valverde sin dal 1977, il Premio per la Vita. Dal 2003 al 2009 è stato Direttore Artistico Sezione Arte di Etnafest.

Fra le sue opere: per la poesia Fuori dalle mura (Sciascia, Caltanissetta 1983 – finalista Premio Viareggio), L’impossibile confine (Piero Manni, Lecce 1989, Premio Cilento-Pinto. Finalista Premio Viareggio-Rèpaci), Trigonometria di ragni (Scheiwiller, Milano 1993), Criteri di fuga (Passigli, Firenze 1998), Il bersaglio e il silenzio (Passigli, Firenze 2003), Fabulae scelta di testi lirici e opere di Franco Corradini (Le Farfalle, Valverde 2014); per la narrativa Appunti per un colloquio forzato (La Vita Felice, Milano 2000), dalla quale è stato tratto il testo teatrale Per un colloquio forzato e Quadreria dei poeti passanti (Bompiani, Milano 2009); per il teatro Titoli senza valore (Incontri edizioni, Catania 2014).

Raccolte di sue poesie sono state pubblicate in Svezia (Appunti per una morte di re ed altre poesie, a cura di Ingamaj Beck, Symposion, Stoccolma 1993), negli Stati Uniti (L’iracondo musicista e altre poesie, a cura di Roberto Severino, Georgetown University, Washington 1996) e in Spagna (L’avvallamento degli specchi e altre poesie, a cura di Miguel Ángel Cuevas, Edizioni Bienza, Siviglia 2009).

Quando nasce la tua passione per la Scrittura?

Con un’affermazione immediata e “romantica”, potrei dire da sempre. Riflettendo a posteriori, e con una consapevolezza dettata anche dagli anni, credo che ciascuno di noi contenga nelle fibre del proprio essere, sin dal concepimento, delle peculiarità – che la scienza annovera nel DNA – che ci contraddistinguono e che ci fanno diversi e irripetibili l’uno dall’altro. Questo non significa che tali prerogative riescano sempre ad emergere. Nel mio caso, può darsi che, fra tanti pigmenti, ce ne sia qualcuno che mi detta la necessità di trasmutare il mio sentire in scrittura.

Come vive uno scrittore a Valverde?

A Valverde, piccolo e meraviglioso neo verdeggiante alle falde dell’Etna, uno scrittore vive come in qualsiasi luogo o spazio del mondo. Ovviamente, questa condizione vale dal punto di vista creativo ed esistenziale. Se guardiamo alle possibilità di relazionarsi col variegato apparato che ruota attorno alle potenti istituzioni culturali, alle grandi case editrici, ai giornali storici, alle redazioni televisive, sicuramente vivere a Valverde, a Catania, a Palermo, piuttosto che a Roma, Milano, Parigi o New York, crea una notevole demarcazione che, anche usufruendo dei contemporanei “ponti levatoi” (aerei, internet, cellulare) resta, non dico insormontabile, ma una sostanziale e aspra divaricazione. Però – come vantaggio compensativo – si può avere quello di vivere e guardare a distanza.

Tu hai recitato nel film “Turi e i paladini”, che ricordo conservi di questa particolare esperienza?

Sono stato scelto dal regista Angelo D’Alessandro per impersonare Rinaldo. D’Alessandro, a parte il protagonista, l’indimenticabile Riccardo Cucciolla, nel film, come attori, voleva gente comune. Aveva selezionato, fra gli attori di gruppi amatoriali, tutti i personaggi, ma, a suo dire, non aveva incontrato il volto di Rinaldo che assomigliasse a quello di un pupo siciliano ammirato a Partinico. Io, allora, interpretavo il ruolo di Turiddu nella messinscena della Cavalleria Rusticana allestita dalla Cat (Gruppo teatrale acese) che faceva capo a Concetto Romeo, Felice Vasta ed Enzo Catania. Una sera, durante le prove, arrivò D’Alessandro il quale, appena entrato, esclamò: “ecco, finalmente ho incontrato Rinaldo!”

Fu un’esperienza bellissima, non solo perché mi toccò d’essere il più intrepido e leale paladino del Re Carlo Magno, ma per l’intera atmosfera della storia, per l’affabilità e l’amicizia con D’Alessandro, che durarono nel tempo, e – perché no?! – diventare “paladino” (anche se nella finzione) mi diede un’emozione inconsueta.

Cosa è cambiato nella tua vita dopo aver recitato in questo film?

Nella mia vita non è cambiato nulla. Piuttosto, nel tempo, ho scoperto che, nella mia indole, oltre ai consueti difetti, emergono il senso della lealtà, del dibattimento, dell’indignazione e di una “sana” disponibilità.

Tu sei stato sindaco di Valverde, un primo cittadino “speciale”. Rifaresti nuovamente questa esperienza?

Quando, per caso, sono stato eletto sindaco del mio paese tutti mi chiedevano: “come può fare il sindaco un poeta?” Ed io rispondevo sempre: “faccio il sindaco da poeta, in modo naturale, consono ai miei sentimenti umani e culturali”. Questa mia concezione che, poi, si traduceva nel mio costante operare, suscitava stupore. Agire con naturalezza è ormai un evento “speciale” giacché tutto (o quasi) è costruito, artefatto, ingigantito. Io ripetevo e ripeto un concetto, che ho applicato e applico, e di cui sono sempre più spietatamente convinto: “le cose sono più semplici di quanto si voglia far apparire”.

In merito all’essere sindaco ho affermato e continuo ad affermare che amministrare è “facile”. Le difficoltà, che oggettivamente esistono, spesso vengono artatamente ingrandite, essendo solo delle falsità; perché tutto diventa difficile quando cominci ad imbrogliare le carte, quando devi millantare per buono il marcio. Mi spiego: fare una gara d’appalto è di una semplicità estrema. Perché diventa difficile e complicato? Perché scattano i “sacrosanti” meccanismi della corruzione, delle tangenti che devi garantire al tuo “gruppo” di appartenenza, a dirigenti, a funzionari, etc. Io affermo, con forza, e sono pronto a dimostrarlo, che anche il problema della crisi che ci sta annientando è un artificio per loschi scopi. Oggi, gli Enti che ci governano, hanno disponibilità di denaro ingenti, più e meglio che in passato. Allora perché tutto crolla? Si perdono finanziamenti, dilaga la disoccupazione, crescono i disagi e divampano miriadi di problematiche solo per volontà dei nostri rappresentanti e di tutte le istituzioni che hanno interesse a tenerci alla gogna: tutto passa attraverso meandri subdoli e fraudolenti. Eppure tutto sarebbe facilissimo. Ma penso, purtroppo, che quello che affermo è chiaro, è sotto gli occhi di tutti. Allora perché tutti (tranne rare eccezioni) soggiacciono a tali miserevoli orchestrazioni? Questa è la vera e dolorosissima domanda.

Io, quindi, non sono stato un sindaco “speciale”. Sono stato un amministratore onorato di poter dare un piccolo contributo alla crescita della comunità di cui sono figlio. Ho interpretato, sicuramente commettendo errori, il mio ruolo con spirito di servizio, con totale, assoluta e trasparente onestà. Potrei riportare mille esempi a riguardo. Ma uno lo voglio ricordare.

Appena insediatomi, ogni anno, facevo stampare in duemila copie un opuscolo dove erano riportati tutti i capitoli del Bilancio comunale. Il libretto si intitolava: “A conti aperti” e veniva distribuito in ogni casa dei cittadini. Praticamente ciascuno degli abitanti di Valverde, e non solo, aveva lo specchio dell’intera attività amministrativa del comune. In effetti si dava alla cittadinanza il massimo della trasparenza.

Ricordo, che la cosa fece uno scalpore enorme, eppure era “normalissima”. Ma per chi? Per chi non aveva intenzione di truffare, camuffare a convenienza le voci di bilancio.

Finita la mia esperienza politica, il libretto non è stato più pubblicato, così come non è stato mai pubblicato in nessun comune d’Italia o d’Europa. Perché? E perché i cittadini non ne sentono la mancanza? (interrogativo ancora più angosciante).

Rifare l’esperienza? Sono stato invogliato più volte a farla e ho rifiutato. Però, in questi ultimi periodi, lo sdegno per l’imperante e nauseante malcostume, mi rode dentro. Chissà. Per carità non voglio (non mi sfiora nemmeno) essere considerato presuntuoso. Mi ricandiderei per una semplice scommessa, quella di sempre: dimostrare che amministrare è facile, anzi facilissimo.

Scrittori e carte siciliane, bellissima pubblicazione, ricordo bene: è stata fatta una piece teatrale?

Partendo dal gioco delle carte siciliane – metafora speculare della vita, dove un poco è alea e un poco è abilità – chiesi a personalità letterarie dell’Isola di tessere un breve racconto attorno ad una carta del mazzo di loro gradimento. Ne venne fuori un itinerario di racconti, dove, con ogni figura chiamata in causa, si costruì una galleria dei nostri vizi e delle nostre virtù. Per il tramite di questo “gioco” erano così attinti i significati universali che innervano le vite di ciascuno in quanto la maestria degli autori ricavò, partendo dal particolare, una visione d’insieme ampia e compiuta in tutti i suoi dettagli: una giostra di personaggi e simboli che rappresentano i dilemmi eterni con una magia di scrittura che spaziava tra malinconie, ironie, ribellioni e sottili allusioni.

Dal libro, intitolato Scupa! ne venne una suggestiva e originale rappresentazione teatrale che ebbe un enorme riscontro di pubblico e di critica grazie anche alla creatività registica di Guglielmo Ferro, ai raffinati costumi di Marella Ferrera e alla bravura di tutti gli interpreti. Il tutto accadeva nell’incantevole cornice del Chiostro dei Benedettini di Catania.

Che cosa bisogna fare per tirare il meglio dei siciliani?

Credo che per tirare il meglio di noi siciliani, come diceva qualcuno, occorra metterci con le spalle al muro. Solo così, forse, potrà scatenarsi lo slancio per ripartire e affermare le nostre innumerevoli, recondite qualità.

 Tu sei uno scrittore “ribelle”. Che cosa pensi dei premi letterari che vengono dati sempre alle grandi case Editrici e agli Autori “raccomandati” che vanno nei salotti “buoni” della Tv?

Non c’è dubbio che ricevere un premio letterario o un riconoscimento sia una cosa bella e motivo di gratificazione. È altresì noto che quasi tutti i premi non decidano il destino di un Autore o di un’Opera. Non si tratta di deprecare il legittimo impegno degli Editori a farsi spazio (dopotutto una casa editrice è un’azienda che deve far quadrare i conti, con sempre più rare personalità illuminate al suo interno, capaci anche di scelte radicali, dettate dal riconoscimento del valore intrinseco di un’opera, senza calcoli di sorta). Vanno invece fermamente stigmatizzati tutti quegli Autori che, pur di raggiungere un’ipotetica affermazione, smettono di perseguire una propria linea scendendo maldestramente a patti con le tendenze del momento. La vera cultura – ce lo hanno insegnato i grandi maestri – non può rinnegare la dignità di un impegno autentico e coerente, in nome – nella maggior parte dei casi – di una medaglia di cartone da appuntare al petto.

Qual è il tuo Autore siciliano preferito?

Non posso fare un singolo nome perché farei torto a tanti altri. Molti sono quelli che mi hanno donato la loro amicizia e stima, e dai quali ho appreso insegnamenti che mi hanno aperto orizzonti inusitati, arricchendo costantemente la mia conoscenza umana e intellettuale.

Che cos’è per Angelo Scandurra la felicità, esiste in questo nostro mondo?

La felicità è per me un sentimento sempre di là, un frutto cui tendo la mano nel tentativo di coglierlo. La felicità resta un ventaglio intarsiato di maculate madreperle che, apparentemente smuove l’aria, mentre ti incastra nella penombra degli anfratti di un destino tracciato già nelle costellazioni.

Cosa stai preparando in questo momento?

Per quanto abbia parecchio materiale nel cassetto, non pubblico da tempo. Spero di pubblicare presto una silloge, anche per onorare la memoria di mia madre.

Quali sono i maggiori pregi dei siciliani e quali i peggiori difetti?

Tra i maggiori pregi che riscontro in noi siciliani – rimarchevoli per un popolo come il nostro, incline a un malinconico ripiegamento su di sé – sono sicuramente: il sentimento dell’accoglienza, la generosità, la creatività e la capacità di trasformare una condizione geografica di perifericità in uno splendido osservatorio delle cose del mondo.

Tra i difetti, la consorteria e la tendenza a non creare una causa condivisa a livello socio-culturale in grado di riscattare i fasti della nostra millenaria civiltà.

Quali consigli puoi dare ad un giovane che da grande vuole fare lo “Scrittore” impegnato?

L’unico consiglio che mi sento di poter dare ad uno scrittore in erba, è quello innanzitutto di riconoscere con sincerità le proprie inclinazioni e successivamente di seguirle continuando ininterrottamente a supportarle e affinarle. Nulla dovrà essere consentito alle mode e al pressappochismo. Decisivi invece, credo siano la ricerca, il lavoro corpo a corpo con la propria creatività e il confronto con i maestri riconosciuti.