Gaetano Scorsone
È triste accorgersi di come l’impegno, i sacrifici e la dedizione di donne, uomini, giovani, Associazioni e Istituzioni della nostra comunità spesi generosamente per la promozione del Bene Comune siano vanificati, offesi e oltraggiati da insulsi atti perpetrati da individui abituati, ahimè, ad operare nell’ombra perché succubi di una pseudo cultura basata non sul rispettoso e diretto confronto bensì su tutta una serie di segnali trasversali che, generati da pregiudizi, visioni distorte della realtà, e, comunque, orientate al male, non possono che generare altro male, sofferenza, indignazione, condanna.
Sottraendosi, così, alle proprie responsabilità queste persone, come schegge impazzite, non perdono occasione per guadagnare negativa visibilità attraverso la violazione delle regole del vivere civile, il disamore per la città, il tradimento delle tradizioni e dell’identità culturale favaresi, il rallentamento – con continui ostacoli – dei processi di sviluppo attraverso cui passa, invece, la ricercata autodeterminazione civile e responsabile della maggioranza di noi tutti per la realizzazione di un più armonioso presente capace di agevolare l’opera e le conquiste future dei nostri figli. Siamo in molti, in momenti di sofferenza e di amarezza come quelli generati dall’incendio de “El Peskador”, a chiederci il “PERCHÉ” di tutto questo. Razzismo? Criminalità? Follia trasgressiva? Solitudine? Arroganza? Delirio di onnipotenza? Sfascismo? Bullismo?
L6raAl di là delle più o meno plausibili matrici di derivazione – che possono interessare sotto il profilo sociologico – questi fenomeni di vera e propria deviazione socio-culturale ci fanno capire come a Favara sia in atto un processo di cambiamento che vede contrapporsi due aggregati sociali diversi che tendono al raggiungimento di obiettivi opposti, alternativi, inconciliabili.
Un gruppo – che va assottigliandosi sia pur lentamente – tende al mantenimento di un anacronistico status quo fatto di interessi di parte, clientele, misconoscimento di regole -eccezion fatta di quelle dettate dalla personale convenienza del momento e/o del contesto -, mancanza di senso del dovere, di servizio, di responsabilità, di spirito comunitario che porta ad aspettare – secondo una serie di sfumature diverse e posizionati in consolidate e, talora, ben retribuite, “confort zone” personali – che siano gli altri o la dinamica degli eventi a correggere, curare e/o risolvere quella miriade di problemi, più o meno complessi, che attanagliano la quotidianità dell’intera comunità cittadina.
L’ altro gruppo, invece, preso atto dei rovinosi guasti generati nel tempo da una sempre più sfrenata ricerca dell’interesse e dei privilegi personali – responsabile di conflittualità, precarietà, instabilità– ha già iniziato un percorso diametralmente opposto caratterizzato da virtuose forme di associazionismo, di gratuito servizio alla comunità, di solidale e generosa fraternità per forme di indigenza e/o disabilità, di sensibilizzazione ai principi e ai valori di civiltà, di promozione di un futuro sostenibile, inclusivo e condiviso in cui poter armonizzare le esigenze e le speranze di tutti. Perché questo processo di maturazione sia accelerato e, soprattutto, spinto nella giusta direzione è necessario che tutti ci si convinca a fare la propria parte, che le responsabilità personali si sveglino da un torpore non più ammissibile poiché, come efficacemente dichiarato dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso dell’incontro con i familiari delle vittime del crollo del ponte Morandi di Genova “. . . le responsabilità non sono mai generiche, hanno sempre un nome e un cognome, sono sempre frutto di azioni o di omissioni. . . “, e pertanto dobbiamo imparare, chiamandole per nome e cognome, a ringraziarle quando si esprimono attraverso qualificate e lungimiranti azioni, a reclamarle e/o censurarle, invece, quando vengono consapevolmente, gravemente o colpevolmente omesse.
Solo con un riscoperto senso del dovere, personale e comunitario, con un più motivato impegno e con un nuovo slancio di sana – perché condivisa – operosità si riuscirà a correggere le residue deviazioni, riportando tutto e tutti all’interno di quella via maestra, per troppo tempo rimasta deserta, in fondo alla quale, con la buona volontà, con la positività dei nobili sentimenti e con l’autorevolezza di sani principi, ritroveremo la giusta e virtuosa dimensione della nostra identità favarese. Sarà bello, allora, compiacersi dei risultati ottenuti che dimostreranno come siano possibili e più duraturi i cambiamenti quando sono orientati al perseguimento del Bene di tutti, secondo percorsi di Pace, Giustizia e Legalità. Quindi, cambiare si deve! Cambiare si può!











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