Prima la notizia secca e amara. Trenta lavoratori non ricevono il dovuto dal mese di luglio e non si tratta di dipendenti a tempo determinato, bensì di padri e madri di famiglia che dopo oltre tre anni sono stati chiamati a partecipare in due cantieri di lavoro a Favara con inizio il 24 giugno e termine il 13 ottobre prossimo. Sono divisi in due gruppi di quindici operai addetti per quattro mesi al ripristino del manto stradale, marciapiedi e pozzetti della fognatura, per un corrispettivo di circa 900 euro al mese. Ai cantieri di lavoro partecipano persone disoccupate, a basso reddito e con carico familiare. E’ la fascia più debole della città.

Assolto il mio dovere di giornalista, posso adesso lasciarmi, liberamente andare alle riflessioni del cittadino. I cantieri sono finanziati dalla Regione siciliana su progetti del Comune e la finalità è sociale. Nel nostro caso è più appropriato dire che “dovrebbe” essere sociale, mentre in realtà queste persone continuano ad essere perseguitate dal loro bisogno di lavoro e di un minimo di reddito, seppure temporaneamente, per dare dignità alle loro esistenze.

Umiliati, non sapendo a chi rivolgersi dopo tre mesi di attesa, hanno cercato la stampa affidandosi, almeno, al clamore della notizia.

E attraverso la notizia, io e loro speriamo di avere interessato alla causa della giusta retribuzione i sindacati, per primi, perché adesso sanno. E di più i funzionari degli Enti locali, Comune e Regione. Vuole essere un “aiuto” a quest’ultimi che ricevendo regolarmente lo stipendio, finché la morte non li separi da esso, possono non immaginare le difficoltà delle famiglie povere e la grande umiliazione delle madri e dei padri di famiglia che non hanno risposte per i figli, spesso bambini.