“Negli anni 70 mi trovavo ad un funerale, in un paesino della provincia di Agrigento. Era morto il papà di un intimo amico mio. Mentre si stava provvedendo alla tumulazione della bara, in un loculo adiacente ho notato la presenza di un signore che stava provvedendo alla pulizia dello stesso, a mettere nel vaso collocato sul piano un mazzo di fiori e ad accendere una candela.
Soffermando lo sguardo sulla lapide del tizio mi sono accorto che la stessa recava il nome ed il cognome del morto, la data di nascita ma mancava la data di morte.
Ho pensato subito che detta mancanza fosse verosimilmente dovuta a fattori meteorologici o alla vetustà del marmo per il lungo tempo trascorso dalla data della morte.
Per mera curiosità ho chiesto al mio amico come mai fosse presente la data di nascita e non anche quella della morte del tizio defunto.
La risposta fu, con mia grande sorpresa, che il presunto defunto era ancora in vita ed era la stessa persona che si stava prendendo cura della lapide. Praticamente, il morto era vivo e si stava omaggiando come se fosse morto.
Mi spiegava inoltre che il tizio si recava al cimitero a giorni alterni per mantenerla pulita ed arredarla con fiori freschi, contento e fiero di avere finalmente una proprietà che nella vita non era riuscito a possedere”.
I fatti realmente accaduti li racconta Peppe Calabrese, autore, compositore e interprete di canti legati alla tradizione popolare, che anche in questo caso non ha perso l’occasione ghiotta di affidare lo stesso racconto ad una canzone.
A PROPRIETA’
Avi na vita ca staiu ‘ncasa d’affittu
na vita avi c’accucchiu grana
na vita ca travagliu comu un cani
si avi na vita ca ettu lu sangu
E ora ni la vicchiaia finalmente
dopu tanti sacrifici e privazioni
m’accattavu un postu a muru o cimiteru
e ogni jornu mu vaiu a taliu
sugnu cuntenti finalmenti haiu ‘na proprietà
sugnu cuntenti finalmente haiu ‘na proprietà
mi lavu la balata
mi portu li sciuriddi
m’addumu li cannili
mi sentu battiri lu cori
sacciu ca nun vaiu a finiri
comu un misiru cani
d’intra ‘na fossa ncomuni
ora pozzu moriri filici e sugnu cuntenti
haiu ‘na proprietà
haiu ‘na proprietà
Peppe Calabrese
Per chi non lo conosce, Peppe Calabrese si è proiettato sempre alla ricerca di espressioni vocali e musicali che riflettano e valorizzino l’immagine e l’identità della cultura siciliana. Da quasi quarant’anni ha cercato di approfondire gli aspetti della Cultura e della Storia isolana e di risalire alla vita quotidiana della gente umile, degli “ultimi”, di coloro che erano costretti a rimanere in silenzio. La sua è stata una continua opera di ascolto e ricerca dei suoni e dei ritmi tradizionali per ripercorrere i momenti più importanti dell’esistenza di coloro che per vivere erano costretti a lavorare nelle viscere della terra o nelle campagne, dall’alba al tramonto ininterrottamente, sotto il sole ed il freddo.
E’ stato fondatore della Compagnia Popolare Favarese (già Gruppo Popolare Favarese), con la quale ha realizzato il CD dal titolo “Sintiti Sintiti”. Ha inoltre curato la raccolta e la rielaborazione delle musiche dei CD: “Musica dai Saloni”, “Serenate al Chiaro di luna” e “Merica, Merica”. I primi due sono stati pubblicati da Nuova Ipsa Editore ed il terzo da Salvatore Sciascia Editore.
Ha realizzato spettacoli presso gli istituti di cultura per gli emigrati in Europa, Australia, Argentina e Cile e presso le Università italiane ed europee. Ha partecipato ad alcune produzioni della RAI come: “Contro la piovra”, “Ragazzi di zolfo” e ”La corda pazza”.
L’ultimo suo impegno teatrale, prima della pandemia, è la partecipazione alla commedia dal titolo “Barberia”: barba, capiddi e mandulinu con la regia di Massimo Venturiello e la sceneggiatura di Gianni Clementi.











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