
Incontriamo nuovamente l’attore e drammaturgo Mimmo Mangione, partito più di trent’anni fa dal piccolo paese di Santa Elisabetta, nell’entroterra agrigentino, e approdato, grazie alla sua passione e al suo istrionismo, sui più famosi e importanti palchi teatrali australiani.
Ciao Mimmo, è passato un po’ di tempo dalla nostra ultima “web-chiacchierata”, alla fine della quale ci eravamo lasciati con la tua indicazione su uno spettacolo da te dedicato al grande Pier Paolo Pasolini. Ma l’occasione di questo nostro “incontro” è costituito da una promessa da te allora fattaci e che riguardava uno dei massimi argomenti di cui, credo, si possa discutere e dialogare: la creazione artistica. Partiamo dall’inizio della tua avventura artistica per poter meglio chiarire ai lettori di siciliaonpress.com il significato delle mie domande e delle tue risposte.
Avevo, se non ricordo male nove o dieci anni. A Santa Elisabetta, ogni sera mi recavo con un mio cugino alla Biblioteca Comunale (che si trovava vicino la scuola elementare Giovanni XXIII) e che era diretta da mio zio. Per quel poco che mi ricordo, leggevo di tutto. I miei occhi erano avidi di immagini, frasi, poesie e racconti. Tutto ciò che mi era possibile leggere lo divoravo con una voracità sorprendente. Un giorno lo zio Enzo mi mise sotto gli occhi le “Novelle per un anno” del nostro Luigi Pirandello. Lo portai a casa, lo lessi in due sedute notturne, accartocciato sotto la coperta elettrica e al lume di una tenue lampadina. In quelle letture notturne, mentre fuori diluviava, nel silenzio della notte, da solo, nel mio piccolo stanzino di Corso Umberto I e con la finestra che si apriva sulla centrale Piazza San Carlo, riuscivo a ricreare con la mia immaginazione e la mia fantasia le scene di vita raccontate e descritte da Luigi Pirandello. Chissà perché, fin dalle prime righe, con la magia delle parole che solo lui sapeva scrivere, il mondo campestre, i personaggi borghesi, i contadini, le loro vicende si materializzavano nella mia mente in maniera quasi cinematografica. Riuscivo a “vedere e sentire” le grida, le voci convulse, i rumori della strada, il profumo del fieno. Per me le pagine erano vive e piene di una sana e dinamica realtà. Inevitabilmente facevo già parte del “giuoco pirandelliano”, ero stato stregato dalle sue parole, dal suo modo di raccontare la vita, dalla sua “pazzia”, e ovviamente dalla sua grandezza.
Si potrebbe dire quindi che fu un vero “amore a prima vista”. In seguito cosa avvenne?
Qualche anno dopo, fui zì Dima, in una produzione della “Giara” con la regia del mio grande amico scomparso, Pino Cirami. Il mio primo vero incontro con il teatro: le sue difficoltà, i suoi odori, i suoi umori, la vita sulla scena, i drammi personali, le liti, i pianti, le velleità, gli egocentrismi, i complessi d’inferiorità, le paure. Iniziò così il mio lungo e tortuoso cammino nel mondo di quel teatro che, fino a quel momento, era stato solo un sogno lontano e irraggiungibile.
Sogno, poi, divenuto realtà.
Ben presto, mi accorsi, purtroppo e mio malgrado, di essere un istrione e di non riuscire a lavorare bene sotto la guida di un regista, per cui senza pensarci su più di tanto, iniziai a fare il regista di me stesso. Cominciai a sperimentare con il copione, riducendolo e tagliandolo per renderlo più congeniale alle mie esigenze, senza badare troppo alla filologia e, talvolta, lasciando che la mia fantasia coprisse quei vuoti che secondo me non facevano funzionare bene il lavoro sulla scena. Oserei dire di avere agito più per ignorante arroganza che per intelligenza.
Mimmo, poi cambiò qualcosa…
Ed eccomi in Australia. Nel 1989, dopo anni di “teatro dell’emigrante”, stanco del solito personaggio con la valigia di cartone e l’abituale lamentela per la patria lontana e ingrata, decisi di fondare una mia compagnia, con l’idea di fare il Teatro, quello vero, con scene, costumi d’epoca, maschere di cuoio, luci, suoni e tutto il resto. Con queste belle idee in testa e la mia solita esuberanza, mi presentai a un gruppo di attori che conoscevo già: tutto il resto fa ormai parte della mia storia personale e artistica.
E che storia, aggiungerei…
Portammo in scena una trilogia dedicata a Molière con Il Malato Immaginario, l’Avaro e il Don Giovanni. Poi Dario Fò con il suo Mistero Buffo, Shakespeare con Giulio Cesare e Tempesta e una trilogia dedicata a Eduardo De Filippo con Filomena Marturano, Questi Fantasmi e Natale in casa Cupiello. Inoltre, Goldoni con Il Servitore di due Padroni e La Locandiera e tanti altri spettacoli sulla commedia dell’arte: tanti, forse troppi. Dario Fò ha detto, giustamente, che “ogni tanto la maschera bisogna buttarla d’un canto e fare altre cose”.
In che senso?
40 anni, sono volati via: più di 100 produzioni, una vita a “sniffare” l’insana polvere del palcoscenico. Cosa ti rimane alla fine, di tutte le ore trascorse e vissute sul palco? Le ragioni stesse della vita che, a volte, si confondono con quelle del personaggio che prende possesso del tuo corpo, della tua anima. Che senso ha tutto questo? Mi capita di guardare qualche produzione che abbiamo filmato e di non riconoscermi più. Mi viene il dubbio di aver perso la mia identità, il mio modo d’essere nella vita di tutti i giorni. Mi chiedo, “sono io quell’insieme di tutti questi personaggi vissuti sulla scena? Ma com’ero prima?” Queste sono le domande che mi porto addosso e a cui, credo, non saprò mai dare una risposta razionale.
continua…
Antonio Fragapane










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